#80 terminus post quem / terminus ante quem

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È probabile che questo post non contenga niente di nuovo per voi latinisti, storici, archeologi, persone spaventosamente colte. Per tutti gli altri: ho scoperto due espressioni di cui davvero sentivo il bisogno, e vi assicuro che anche voi non potrete più farne a meno.

Quando si vuole datare un evento passato e non è possibile determinare direttamente una data precisa, ci si può affidare a elementi esterni, ad esempio mettendo in relazione l’evento che si vuole datare con un altro evento, possibilmente del quale si conosce la data.
Questo ragionamento si può applicare a eventi storici, manufatti, opere artistiche o letterarie, parole, eccetera, in diversi ambiti (storia, archeologia, filologia, eccetera).

Terminus post quem è un’espressione latina che significa letteralmente “termine dopo il quale”, “data dopo la quale”. Indica una data dopo la quale si è svolto ciò che si vuole datare, un punto nella cronologia che precede l’evento considerato, la…

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CARTOLINA DA GERUSALEMME

UNA NARRAZIONE COLLETTIVA,
TANTE VOCI, MOLTI LINGUAGGI, UN’UNICA CITTÀ

di Alessandra Angeloni (SOGNI DI PIETRA)

Esco a passi rapidi verso la porta di Damasco e mi fermo.
No, non sono io a fermarmi, è il sapore di un desiderio vissuto: sono sola a Gerusalemme.
E’ lo stupore di essere a Gerusalemme che mi ha fermato, chiedendomi subito conto di ognuno dei miei passi, di ogni mio respiro, di tutti i miei pensieri.
Sono sola a Gerusalemme.
Sola.
Non io sono ferma in mezzo alla strada, è la strada che ha fermato i miei passi.
Rimango ferma e sento che tutto è vivo, la stoffa della mia camicia che mi accarezza la pelle – non mi ero mai accorta che lei mi accarezzava così.
Le pietre troppo lisce della città accolgono il mio peso per il tempo del mio passare.
Amo le pietre delle strade di Gerusalemme, perché ad ogni passo mi insegnano il rispetto e l’attenzione per ognuna di loro.

DUNQUE SONO SOLA E NON SONO SOLA PERCHÉ I PIEDI SI COMPIACCIONO DELLA PIETRA.

Piano alzo gli occhi dalla strada e vedo altri profumi densi di stupore. E luce e aria tersa.
Lo stupore diventa una lente e mi vedo piccola, con la camicia bianca, seduta sulla mia valigia rossa.
C’è solo questo, e un tappeto di pietre da attraversare.
Oggi voglio affondare con calma ogni mia lacrima nelle pietre di Gerusalemme.
Di solito a Gerusalemme si cammina a passo spedito. Sempre, in questo clima di desiderio.
Trascino la valigia rossa fino al Santo Sepolcro, voglio abbracciare il pavimento. Si, il pavimento. Voglio abbracciare il pavimento a faccia in giù come fanno i preti quando vengono consacrati.
Quante pietre copre il mio corpo, questo voglio sentire, insieme all’odore di polvere e di passi della chiesa più trasandata della terra.

ARRIVO AL MIO POSTO TRA DUE COLONNE DEL TRANSETTO DELLA VERGINE E MI SIEDO ACCAREZZANDO TUTTE LE CROCI CHE CI SONO INCISE.

Una luce si apre dietro alla porta, lasciando intravvedere un ritaglio di blù, la corte del convento greco ortodosso. Il vecchio Pantaleo mi abbraccia forte, e sento l’odore della tonaca lisa e sporca, l’odore di S. Sepolcro … di pietre e polvere, di incenso e ambra.
A sera riesco a sdraiarmi a faccia in giù davanti al Calvario, mentre i monaci passano la scaletta dentro il portone che viene chiuso dagli arabi per la notte.
Quando mi alzo il mio cuore ha la forma della Stella a dodici punte che sta sul luogo del martirio, o almeno mi piace pensarlo. Mi piace non pensare nel Sepolcro.
Temo di essermi addormentata appoggiata a un capitello bizantino a cesto talmente grande da non poter essere contenuto nella mia immaginazione, prima di averlo visto. Il muezzin sta intonando la preghiera delle quattro e mi accarezza il cuore con le mille declinazioni dell’amore per Dio. Tra poco incominceranno i greci, poi gli armeni, poi i latini.

SCENDO AL SEPOLCRO IMMERSO NEL BUIO.

Attendo la luce dell’alba che scende a raggi dall’alto della cupola e il momento di andare.
I miei passi sono leggeri, di nuovo veloci lungo la strada di pietre lucide.
La vita scorre a Gerusalemme e nelle mie vene.
Finalmente porto a casa la valigia rossa, l’appoggio sull’armadio senza aprirla.

La tua valigia blu è il legame più forte che c’è tra noi.
L’ho guardata spesso appoggiata sull’armadio, chiusa. La valigia che mi hai prestato qualche volta e di cui adesso non ho più bisogno perché ne ho una rossa, chiusa su un armadio a Gerusalemme.
E la mia mente tira una linea precisa tra due punti sul mondo in cui stanno due valige e penso che quella che le separa è la distanza giusta.
Come l’amore tra noi è la misura giusta, ne più ne meno, dell’amore.

In apertura l’immagine degli “Archi della Vergine – Transetto Nord del Santo Sepolcro di Gerusalemme” è una foto di Alessandra Angeloni.

 

The Mystery of Karimeh Abbud: Lady photographer of Palestine.

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My new article  The Mystery of Karimeh Abbud: Lady photographer of Palestine is up on Muftah Magazine!

Karimeh Abbud (1896-1955), also known as the Lady Photographer, was the first female Palestinian professional photographer living and working in Lebanon and Palestine in the first half of the twentieth century. According to research, Abbud may have been the first female professional photographer in the entire Arab world.

Read it all on Muftah!

karimeh_abbudKarimeh Abbud (wikimedia)

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“RELICS 15” di Sogni di Pietra: Guardando dentro la pietra, ma anche sopra la pietra.

 

Scendevamo lentamente verso il Mar Morto, curva dopo curva, con i fronti degli wadi scavati dalle acque che mostravano movimenti tettonici paralizzati da migliaia di anni.

Lei professore guardava dal finestrino della macchina e io le facevo domande che mi si affollavano nella mente.

Dal giorno in cui eravamo partiti ero passata dal rispettoso silenzio al mi scusi, poi al le posso fare una domanda.

Ora quasi giunti al termine del nostro breve viaggio chiedevo liberamente e lei sorrideva socchiudendo gli occhi.

“Oggi chiudiamo il giro del Mar Morto professore: queste faglie sono identiche a quelle che abbiamo visto salendo al Monte Nebo, vero?”

“si … “

E poi mi spiegò tante cose, un po’ le sapevo, però no, non sapevo niente e ascoltavo incantata.

Ancora mi suona nelle orecchie il suo più grande complimento: “questa almeno mi dà retta”. E detto da lui suonava come il migliore dei complimenti possibili.

Non so dire se era veramente burbero, me lo ricordo in camicia da notte a Nazareth su tutte le furie, ma con quel guizzo di fantasia negli occhi che si faceva perdonare tutto.

Del resto a Nazareth eravamo perennemente in ritardo e nessuno pareva dargli retta.

 

La giusta misura delle cose.

Se fosse stata capita la giusta misura che scaturiva dai suoi appunti scritti con matita 5B.

 

Come il suo loden blu attraversava lontano la Santissima Annunziata a Firenze, quando ormai disperavo di tutto.

Come quel fragile tramonto di Dicembre sulla strada che da Gerusalemme conduce al Giordano.

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25 gennaio 2016

Alessandra Angeloni

 

 

La Fenice

La Fenice -Radiodervish
Oltre il cielo,
su lontani cammini
attraverserò le porte del buio
per nuove luci…

Nella valle della dimenticanza,
nei campi del fuoco
ho bevuto il vino della solitudine
per lunghe stagioni…

Racconterò le favole delle nuvole
per dormire mille anni,
griderò la mia nostalgia alle stelle
per risvegliarmi al loro chiarore.

Oh Vita, seguirò solitaria la tua eco
per poterne cantare i segreti
e alla fine della terra
raccoglierò un fiore dimenticato.

Dal silenzio delle parole,
dalle spighe di grano
riprenderà il colore la cenere
ed i miei occhi torneranno ad amare di nuovo.

Nabil Salameh

(In search of Simurgh)

Papà occhiali

 

“RELICS 14” di Sogni di Pietra: Cartolina da Jebel Nebo

Siamo rimasti soli qui in cima alla montagna, nell’aria satura di albe e di tramonti, sotto gli alberi paralizzati nella forma del vento.
Io, William, la tua tomba e il cane.
Qui, dove lo sguardo si inquieta alla ricerca del riflesso della città di là dalla valle, l’immagine di te è vicina come il vuoto.
E la vita, di cui qui tu sei ancora l’ago, ha cucito anime che non sapevano di aver avuto parte di questa promessa.

“Fumi?” chiede socchiudendo li occhi.
“si”.
“Si è calmato il vento”.
“si”.
“E se …”
“si?”
“Se l’amore impossibile fosse l’unico che vale la pena di essere vissuto?”.
Mi abbasso senza rispondere, a scuotere la cenere.

In una scatola di scarpe custodisco il mio e il tuo tesoro. Antico, perfetto, fatto di sogni e di verità. Così piccolo.
Tu hai sorriso e hai detto “così piccolo … così perfetto … non sembra vero”
Ho sentito forte il desiderio di inginocchiarmi davanti a te che indifferente guardavi il tuo lavoro per sentirti ancora dire, come se non fosse importante, che l’amore perfetto non può che non essere possibile.

Ma non qui. In questo posto l’amore sta dentro una scatola che sprigiona luce e tu lo sai, l’hai vista e l’hai amata.
Hai guardato lontano, hai ascoltato la mia tosse e semplicemente hai amato con quel solo sguardo, portandoti via tutto, il vento, la pioggia, ogni singola pietra.
E ora che tu sei lontano da qui tu semplicemente sei, in attesa che il sogno avvenga.
E di nuovo i tuoi occhi appaiono e scompaiono tra le foschie, come la promessa che qui dà sostanza a tutte le cose.

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LE RICETTE DI CECILIA – 2) PANE ARABO (e un Tango)

LE RICETTE DI CECILIA

PANE ARABO

Il pane semplice come le cose vere, di Um Fathma.
Concentrata sulla zuppiera con farina per pane semintegrale, acqua, un pizzico di sale e un poco di pasta tenuta avvolta in uno straccio (“pasta madre”), la vecchia Fathma impasta con gesti vigorosi.
Seduta sotto la pergola dell’uva e delle zucche. Si copre la fronte con le mani e rimane immobile così. Nella casa bassa del Campo, dipinta di un tenue colore allegro.
Poi trasferisce tutto sul tavolo dopo essersi rimboccate le maniche del vestito.
Dalla cassapanca ha preso quello di velluto blù, con la pettorina ricamata fino alla vita con le sue stesse mani, le strisce dello stesso colore ricamate lungo i fianchi e le maniche larghe dell’abito. Ha stretto la cintura di pelle in vita ed appoggiato sul capo il velo bianco delle contadine di Betlemme.
Fathma impasta coi pugni, spingendo verso l’alto formando così una sorta di rettangolo di pasta che riarrotola verso l’interno. Così per diverse volte, finchè l’impasto non è bello amalgamato e compatto.
Tornano da scuola le bambine. Una famiglia di donne alte e belle. Intisaar va alla porta ad aspettare l’arrivo della nipote più grande di Fathma. Vuole vederla per prima la sua amica del nord.
Prepara poi delle palline e le arrotola sul tavolo. Dopo cinque minuti riparte dalla prima, appiattendola sul palmo della mano con una pressione decisa.
Il vecchio Saker piange perché la nipote parla un arabo un po’ rudimentale. Guardando quella figlia di suo figlio i suoi occhi si sciolgono, ne riconosce lo sguardo chiaro e profondo di bambina sorpresa, lì, a mangiare i fichi del cortile.
Le palline di pasta rimangono a lievitare sotto un canovaccio e una coperta, per circa un’ora.
I nonni, i miei nonni. Dieci figli, cinquantaquattro nipoti. I miei nonni e il profumo del pane che arriva dall’ingresso della casa, dove Fathma accovacciata toglie e mette i pani bassi e coloriti sul tavolo.
Fathma fa scaldare la pentola per il pane e cuoce la pasta appiattita rigirandola due o tre volte finchè ha raggiunto una coloritura omogenea.
Ho mangiato il pane caldo inzuppato nell’olio e nello za’atar, nonna, mentre tu mi guardi e ridi. Il profumo di pane ha mescolato le nostre vite, finalmente.

UN TANGO
Hai stretto le tue braccia intorno a me, prima ancora di baciarmi.
Istintivamente ho corrisposto mettendomi nella postura del tango.
E mentre appoggiavo la mano sinistra sul tuo bicipite, afferravo la tua sinistra con la mia destra, appoggiavo il mio petto al tuo lasciandomi andare, ho sentito che cosa è il Tango.
Esattamente quell’appoggiare tutto il mio peso al tuo petto, affidandovi il mio, quell’accostare la mia guancia alla tua. Quel lungo attimo in cui ho sentito la tua sostanza, la tua forma, perfettamente adattata alla mia. Anche se siamo rimasti fermi è stato Tango.
Nella tua cucina, perché in cucina succedono sempre le cose importanti, tra me e te.